Il Governo annuncia una nuova riforma della sanità: una rete di 8-10 “super ospedali nazionali di riferimento” distribuiti sul territorio, pensata per frenare la fuga di decine di migliaia di pazienti dal Sud verso il Nord. L’obiettivo, almeno sulla carta, è quello di garantire cure d’eccellenza anche nelle regioni meridionali, con fondi dedicati, assunzioni libere dai vincoli regionali e apparecchiature all’avanguardia.
Un piano ambizioso, che il Ministero della Salute vorrebbe tradurre in decreto entro la prossima primavera, aggiornando le regole sugli standard ospedalieri fissate ormai dieci anni fa.
Ma la domanda è inevitabile: davvero bastano dieci “super ospedali” per curare un sistema che perde pezzi ogni giorno?
Ospedali che chiudono reparti, carenza di personale, liste d’attesa infinite e fuga di medici verso l’estero raccontano un’altra verità. Le promesse di efficienza e modernità cozzano con anni di definanziamento, con un Mezzogiorno dove la sanità pubblica fatica persino a garantire i servizi di base.
Le strutture individuate – dal Policlinico di Bari al Federico II di Napoli – potrebbero certo diventare poli di eccellenza, ma senza un piano stabile per assumere, formare e trattenere professionisti, il rischio è di costruire cattedrali nel deserto, lontane dalle reali esigenze delle comunità locali.
Come Campania Vision e Progetti APS, crediamo che la salute non debba seguire la logica dei grandi centri, ma quella della prossimità e dell’equità territoriale. La riforma annunciata potrà dirsi credibile solo se saprà partire dai territori, dai medici di base, dalle reti di comunità, e da un ascolto autentico dei cittadini. Perché la sanità non è un progetto da annunciare: è un diritto da garantire.

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